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Studi di settore superati. Meglio controlli più severi
Di Laura Verlicchi (Il Giornale, 18 dicembre 2004)


La Finanziaria 2005, ricevuto il via libera del Senato, viaggia spedita verso l'approvazione definitiva. Tante le novità, tra cui la modifica agli studi di settore, che certamente è fra quelle che maggiormente interessano i professionisti economico-contabili. Argomenti che approfondiamo con Paolo Moretti,consigliere delegato per la fiscalità del Consiglio nazionale ragionieri commercialisti. Come giudica complessivamente questa manovra? «A livello di impostazione generale, il giudizio non può che essere positivo. Questo perchè la Finanziaria ha conservato lo spirito iniziale, la riduzione cioè del carico fiscale per le famiglie con l'intento, lodevole, di far ripartire i consumi. Tuttavia, si poteva certamente fare qualcosa di più a favore delle imprese e degli studi professionali, intervenendo maggiormente sull'Irap. E per quanto riguarda la tanto dibattuta questione degli studi di settore, la soluzione del governo è solo parzialmente accettabile». Per quali ragioni? «Riconosciamo all'amministrazione finanziaria di aver fatto un grande sforzo, eliminando l'automatismo, contenuto nella versione originaria della manovra, che prevedeva l'aggiornamento annuale degli studi sulla base delle elaborazioni Istat: una soluzione che avevamo da subito giudicato ingiusta. Ma non ci stanchiamo di ripetere che la scelta da compiere dovrebbe essere la rinuncia agli studi, per lasciare posto a misure più stringenti di controllo fiscale». Il governo ha già annunciato che intensificherà l'attività di accertamento verso le aziende con un volume di affari superiore a 5 milioni l'anno. «Sì, ma si tratta appunto di quelle che non rientrano negli studi di settore. Però l'evasione fiscale non conosce soglie: e si può combatterla meglio, se tutti si sentono più controllati. Piuttosto, riteniamo che non sia opportuno, come invece è stato stabilito, estendere gli accertamenti, sia pure limitati a determinati parametri finanziari e in caso di non congruità per due anni su tre, anche alle società in regime di contabilità ordinaria, che viene così in qualche modo delegittimata». Un'altra novità della manovra, per quanto riguarda le piccole imprese, è la pianificazione fiscale concordata: che ne pensa? «Anche qui non possiamo che confermare la nostra contrarietà, trattandosi di una soluzione che ha gli stessi difetti degli studi di settore, e in generale di tutte le misure di tassazione forfettaria, basate cioè sul reddito presunto anzichè su quello effettivo». In che senso? «É opportuno, per comprendere meglio, analizzare brevemente il meccanismo della pianificazione che, ricordiamo, può essere utilizzata da imprenditori e lavoratori autonomi ai quali erano applicabili gli studi di settore per il 2003. A questi contribuenti l'amministrazione finanziaria propone l'adesione a una proposta che, appunto, pianifica le imposte dovute per il successivo triennio. In caso di congruità, la cifra resta invariata: se invece il contribuente dichiara un reddito maggiore, può usufruire- per la parte eccedente- di un'agevolazione, uno sconto cioè di 4 punti percentuali sull'aliquota superiore alla minima del 23%». E se invece guadagna di meno? «Questo è proprio uno degli svantaggi del nuovo istituto così come è stato finora presentato, anche perchè non vengono -ancora- precisati i casi, per quanto eccezionali, in cui il contribuente può uscire dallo schema. Va comunque riconosciuto al governo di avere introdotto anche qui una modifica migliorativa: chi riceve la sollecitazione all'adesione potrà aderire entro 60 giorni e non più 30, come prevedeva il testo originario della manovra. In compenso, ci sono dei peggioramenti assolutamente incomprensibili». Per esempio? «É stata abolita la possibilità di pagare l'Ici con il modello F24, quello che viene utilizzato per tutti i pagamenti delle imposte. Si ritorna così al ginepraio di modelli diversi da Comune a Comune, che confondono i contribuenti e aumentano il rischio di errore: una scelta contraria allo spirito di semplificazione della riforma»